L’importanza del metodo nelle scienze sociali: intervista al professor Eugène Horber per la 26ª Summer School in Social Science Methods

L’importanza del metodo nelle scienze sociali: intervista al professor Eug

Sono oltre 250 i partecipanti alla 26ª edizione della Summer School in Social Science Methods, organizzata dall’USI in stretta collaborazione con il centro di competenza svizzero in scienze sociali FORS. Si tratta del numero più alto di partecipanti - un terzo in più rispetto al 2021 - provenienti soprattutto da università svizzere (149 iscritti, di cui 36 dell’USI), italiane (24) e tedesche (23), con anche uno studente dagli Emirati arabi; una cinquantina di partecipanti ha invece concluso gli studi.

Abbiamo sentito Eugène Horber , professore emerito all’Università di Ginevra e fondatore della Summer School in Social Sciences Methods, e Benedetto Lepori , professore della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, delegato del rettore per l’analisi della ricerca e direttore, insieme al professor Patrick Gagliardini, della Summer School.

Professor Horber, che cosa l’ha spinta, 25 anni fa, a creare la Summer School in Social Science Methods 25 anni fa?

Le origini della Summer School risalgono al programma nazionale Switzerland towards the future che ha iniziato a ricuperare un importante ritardo della Svizzera in quella che possiamo chiamare "l’infrastruttura delle scienze sociali" (indagini su larga scala, formazione metodologica per i ricercatori).

Dalla fine degli anni ’50 sono stati creati diversi archivi di dati, in particolare negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania. L’obiettivo era, da un lato, conservare i dati prodotti dai ricercatori e renderli disponibili all’intera comunità scientifica e, dall’altro, incoraggiare una cultura scientifica di condivisione e replicazione. Ciò implica un lavoro di standardizzazione e documentazione: per consentire l’analisi dei dati era anche necessario diffondere i metodi appropriati, da qui la creazione di diverse scuole estive di metodi quantitativi (la Essex Summer School ha 55 anni).

I primi tre anni della Summer School svizzera sono stati finanziati dal Fondo nazionale svizzero ed erano rivolti a studenti di dottorato. Era un incentivo alla creazione di una scuola annuale finanziata dalle iscrizioni. Dal punto di vista istituzionale, la Summer School è stata collegata all’archivio svizzero dei dati (SIDOS, fondato nel 1993, e successivamente al suo successore FORS). All’inizio l’idea era di creare una scuola estiva itinerante, ospitata da diverse università che avrebbero fornito aule didattiche e informatiche e supporto logistico. Tuttavia, l’USI è stata l’unica che ci ha accolto a braccia aperte e oggi la Summer School è saldamente ancorata lì.

Qual è l’approccio?

L’idea della Summer School svizzera è stata ispirata dalla mia esperienza alla Essex Summer School, dove ho insegnato per oltre 10 anni, e dalle lacune che ho riscontrato nelle competenze metodologiche pratiche dei dottorandi e dei giovani ricercatori in Svizzera. Sebbene vi sia stato un significativo sviluppo della formazione sui metodi a livello di Master e Bachelor, questi corsi sono troppo spesso teorici, poco motivanti, lontani dai problemi concreti della ricerca e poco integrati nel curriculum disciplinare. Quando si inizia un dottorato o si collabora a una ricerca, la mancanza di formazione pratica in metodologia diventa evidente. Corsi intensi, brevi e orientati alla pratica svolgono un ruolo centrale nell’aiutare i ricercatori a colmare rapidamente queste lacune. E questo non vale solo per i giovani ricercatori, ma per tutti i ricercatori che devono imparare nuovi metodi o rafforzare le proprie competenze.

È cambiata l’offerta dei corsi rispetto agli inizi?

Oltre a una base di corsi di statistica e modellazione, l’offerta di corsi si è evoluta in base alle esigenze dei ricercatori e all’emergere di nuovi metodi. Inizialmente, l’offerta di corsi era rivolta principalmente ai dottorandi, che oggi sono ancora la maggioranza, ma poiché la formazione continua sui metodi sta diventando sempre più importante, anche i ricercatori junior e senior del mondo accademico, della pubblica amministrazione o delle aziende private partecipano regolarmente alla Summer School.

Quanto sono importanti l’approccio statistico e i metodi quantitativi nelle scienze sociali? Queste discipline sono a volte considerate "scienze senza numeri".

Le scienze sociali sono state e sono ancora troppo spesso segnate da guerre metodologiche tra scuole e da un inutile dibattito tra approcci qualitativi e quantitativi, quando entrambi sono complementari. A partire dagli anni ’50, i metodi quantitativi sono diventati centrali, se non addirittura dominanti, in alcune discipline, in particolare nelle scienze politiche e nella sociologia. Se, come avviene in Svizzera, includiamo la psicologia e le scienze dell’educazione tra le scienze sociali, aggiungiamo tutti gli approcci sperimentali che si basano su strumenti quantitativi. Questo sviluppo è fortemente legato alla disponibilità di software statistici, tra cui SPSS (Statistical Package for the Social Sciences).

Quali sono, secondo lei, i punti di forza della Summer School in Social Science Methods?

Chiediamo ai docenti di dedicare almeno il 50% del tempo di insegnamento all’applicazione pratica dell’approccio presentato; inoltre ci assicuriamo che i docenti dedichino del tempo alla discussione dei problemi di ricerca dei partecipanti. È essenziale che i partecipanti siano in grado di utilizzare le conoscenze acquisite nel loro lavoro di ricerca. Siamo anche attenti a coinvolgere solo insegnanti motivati a consigliare i partecipanti su questioni metodologiche che vanno al di là del contenuto dell’insegnamento.

Il corso intensivo di una settimana (l’equivalente in ore di un tradizionale corso universitario semestrale) consente a qualsiasi persona motivata di apprendere in breve tempo gli elementi essenziali di un approccio metodologico: per acquisire queste competenze l’unica alternativa a una Summer School intensiva è un corso semestrale che non tutti però, per impegni lavorativi o vincoli familiari, possono frequentare. Un corso breve consente inoltre al partecipante di valutare la pertinenza di un metodo per la propria ricerca in un breve periodo di tempo e permette di avere un maggiore scambio tra i partecipanti che provengono da contesti diversi ma che devono affrontare le stesse sfide. Infine, dobbiamo riconoscere che le condizioni di formazione offerte dall’USI e la qualità della vita a Lugano sono ottimali e molto motivanti, sia per i partecipanti che per i docenti.

Professor Lepori, come mai l’USI ha creduto Summer School in Social Science Methods?

Per l’USI, la formazione dottorale rappresenta una priorità. I dottorandi sono i professori e ricercatori di domani e sappiamo che molti di essi, lasciata l’accademia, rivestiranno posizioni di responsabilità negli enti pubblici e nelle imprese private. Offrire una formazione metodologica avanzata è importante perché i metodi sono il cuore dell’attività di ricerca e garantiscono le qualità e la robustezza dei suoi risultati. In questo senso, la Summer School rappresenta un’opportunità importante: permette di offrire un ventaglio di corsi metodologici molto più ampio di quello che sarebbe possibile entro l’USI e di beneficiare delle competenze di un corpo docente internazionale; i nostri dottorandi possono confrontarsi con dottorandi di altre università svizzere e europee ricevendo nuovi stimoli e creando collaborazioni; e, infine, rappresenta una vetrina per l’USI a livello svizzero e internazionale su di un aspetto, la formazione dottorale, che caratterizza le università di eccellenza.

La decisione di impegnarsi in questa scuola assunta dal rettorato dell’USI e dalla Facoltà di comunicazione, cultura e società si è anche basata sul lavoro eccellente del professor Horber, che nel corso degli anni ha creato un prodotto di qualità, e su di una valutazione di mercato: a livello europeo esiste una sola grande scuola simile, nel Regno Unito, e quindi c’è uno spazio per un prodotto in cui specializzarsi, come i numeri di partecipanti dimostrano.

Come si inserisce la Summer School nell’offerta didattica dell’USI?

La Summer School è parte integrante della strategia di sviluppo della formazione dottorale promossa dal rettorato, e in particolare dal prorettore Gagliardini, che prevede di sviluppare le sinergie entro le Facoltà e gli Istituti. In questo ambito, la Summer School concentra i corsi di metodologia (qualitative e quantitative) nella scienze sociali a servizio della Facoltà di comunicazione, cultura e società, ma anche delle altre Facoltà dell’USI dove necessario.

A cosa si deve secondo lei la crescente partecipazione alla Summer School?

Dalle inchieste che abbiamo fatto risulta un livello molto elevato di soddisfazione dei partecipanti che non solo ritornano per seguire altri corsi, ma incoraggiano anche i loro colleghi. È quindi in primo luogo la qualità dell’offerta, l’ambiente speciale della scuola e la buona organizzazione che ne giustifica il successo. E, a questo scopo, con i docenti ho esaminato attentamente i feedback dei partecipanti e adattato i contenuti dei corsi, ma anche l’organizzazione, alle loro richieste.

Abbiamo inoltre notevolmente ampliato l’offerta offrendo corsi di base su software statistici e dei corsi avanzati su metodi emergenti, come il machine learning in scienze sociali. Con lo scopo di creare una massa di partecipanti e quindi di aumentare la visibilità della scuola.

Infine stiamo investendo nella parte sociale e di networking: per la prima volta quest’anno organizzeremo un evento di networking al Lido di Lugano con la partecipazione di studenti, docenti e professori USI. Perché sappiamo che questo aspetto sociale è di grande importanza per la ricerca.




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