Sensibilità ed esclusione sociale: quali connessioni?

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© RDNE Stock project
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L’eccesso di sensibilità può rappresentare una caratteristica che può rendere più vulnerabili all’esperienza dolorosa dell’esclusione sociale, come dimostra uno studio condotto da Rosalba Morese, Collaboratrice scientifica presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società e dell’Università della Svizzera italiana (USI), in collaborazione con il  Neurocentro. Il tema è stato approfondito in un articolo pubblicato da Ticino Scienza.

Secondo  Rosalba Morese , coltivare all’interno di una comunità il valore e l’esercizio all’empatia nelle relazioni interpersonali può preservare da fenomeni dannosi, come il bullismo e il cyberbullismo. "Al giorno d’oggi si parla spesso della mancanza di empatia, perché le persone sembrano sempre più distaccate e disinteressate ai problemi altrui, mentre si sa molto poco di quella parte della popolazione che mostra una spiccata sensibilità" ha spiegato la Collaboratrice scientifica dell’USI. Il profilo dei soggetti altamente sensibili è stato tracciato per la prima volta dalla psicologa californiana Elaine Aron, la quale ha riscontrato come il cervello di questi individui mostri maggiore attivazione delle aree coinvolte nell’attenzione, nelle emozioni e nella coscienza ogni qualvolta percepisce ed elabora stimoli sensoriali, emotivi e cognitivi. Non si tratta di una condizione patologica, ma piuttosto di un modo d’essere, che nella quotidianità può portare a numerosi vantaggi, come una maggiore capacità di elaborare gli stimoli, ma anche a delle complessità, come maggiore attenzione agli aspetti emotivi e relazionali, quindi è importante indagare maggiormente questi aspetti per poter fornire supporti e aiuti efficaci.

Gli studi di Rosalba Morese fanno un passo oltre quelli finora condotti, in quanto si propongono di analizzare nel concreto in che modo un marcato sviluppo della sensibilità influenzi le relazioni interpersonali. Insieme alla Professoressa  Sara Palermo  (Università di Torino) e alle sue collaboratrici  Alessia Izzo  e  Lucia Morellini,  Rosalba Morese ha pubblicato un  articolo  nel quale viene proposto un modello teorico per spiegare cosa accade nel cervello delle persone altamente sensibili che vivono una situazione di esclusione sociale. "Sappiamo che il cervello umano percepisce l’esclusione quasi come fosse dolore fisico: nei soggetti altamente sensibili, in particolare, potrebbe innescarsi una risposta neurofisiologica associata all’anticipazione del dolore che determina una maggiore attivazione delle emozioni negative. Questo modello teorico apre la strada a nuove ricerche in vari scenari sociali, che ci permetteranno di capire quali strategie educative e terapeutiche possono aiutare queste persone ad affrontare le situazioni più complesse", ha spiegato Rosalba Morese.

Tra le situazioni complesse alle quali la ricercatrice fa riferimento troviamo il cyberbullismo: "È sicuramente un argomento di grande attualità, anche nel campo delle neuroscienze. Sappiamo infatti che il cervello umano percepisce il mondo virtuale come reale, ma i processi di regolazione delle emozioni non sono completamente ottimizzati dal punto di vista funzionale come quando interagiamo con altre persone dal vivo: per questo è utile capire quali fattori possono avere un’azione preventiva o protettiva in simili contesti" ha spiegato Morese, la quale, insieme a  Matteo Angelo Fabris, Claudio Longobardi e Davide Marengo  (Università di Torino), ha condotto uno  studio sul tema , nel quale sono stati coinvolti 156 adolescenti residenti nel Nord Italia. La ricerca prevedeva un’iniziale profilazione dei giovani partecipanti, con l’obiettivo di indagarne il livello di empatia e l’eventuale coinvolgimento in atti di cyberbullismo. Successivamente i giovani e le giovani hanno giocato al Cyberball, un gioco nel quale si passa la palla ad altre due persone virtuali, le quali ad un certo punto iniziano a giocare fra di loro, escludendo chi partecipa all’esperimento. In questo modo è possibile riprodurre in laboratorio l’esperienza del dolore provocato dall’esclusione sociale. Analizzando le reazioni di chi ha partecipato, Rosalba Morese e colleghi hanno osservato come le vittime di cyberbullismo tendano a reagire in modo più negativo sia alle esperienze di inclusione, sia a quelle di esclusione, probabilmente a causa di un pregiudizio cognitivo negativo. Poiché il cyberbullismo può diventare un importante fattore di rischio per situazioni di grande sofferenza, in particolar modo per chi elabora emozioni e situazioni sociali in modo più elaborato e intenso, Rosalba Morese intende proseguire le sue ricerche per capire se e come queste scoperte possano rivelarsi utili per prevenire i fattori di rischio rispetto al tema del suicido in adolescenza  e poter sviluppare programmi di supporto ed intervento maggiormente efficaci.

L’empatia, la capacità di sentire e capire le emozioni delle altre persone, sembra invece essere un fattore in grado di prevenire il cyberbullismo: "Promuovere un comportamento empatico nei ragazzi può ridurre la probabilità di atti di bullismo e, allo stesso tempo, favorisce un atteggiamento prosociale che crea una rete di supporto intorno alle vittime di bullismo" ha spiegato Rosalba Morese.

Dal 2025 gli ambiti considerati dalla ricercatrice nei suoi studi si sono ampliati: "Ho deciso di approfondire le mie ricerche sull’empatia valutandone non solo gli aspetti psicosociali, ma anche clinici. Per questo a gennaio, in collaborazione con il Neurocentro e con la  Fondazione Sasso Corbaro , avvieremo un nuovo studio sul deficit di empatia e di compassione nelle malattie neurodegenerative, supportato dalla Fondazione per lo studio delle malattie neurodegenerative delle persone adulte e dell’anziano", ha concluso Rosalba Morese.

L’intervista completa a Rosalba Morese, curata da Elisa Buson per Ticino Scienza, è disponibile al seguente.